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C’era una volta il popolo ebraico, o popolo di Israele, che si ritrovò schiavo in Egitto. Quando, oppresso dalla sofferenza della schiavitù, Israele invocò l’aiuto di Dio, questi mandò Mosè per liberarlo e condurlo con coraggio a Canaan, il paese dove scorre latte e miele. Tuttavia, per essere degno di questa Terra Promessa, il popolo di Israele dovette attraversare il deserto, affrontando innumerevoli sfide e procedendo un passo alla volta per 40 lunghi anni. E ogni sfida contribuì a cambiare l’atteggiamento e la mentalità del popolo di Israele, trasformandolo da schiavo in padrone di casa. A ogni prova, Israele cadde e si rialzò, fallì e imparò dai propri errori, morì per rinascere.

Il deserto come alleato

Il deserto rappresentò il migliore allenatore mentale possibile per Israele, che grazie a esso imparò la fiducia in sé stesso e apprese a trasformare ogni caduta in una sfida. E a ogni ripartenza, il popolo ebraico acquisiva più sicurezza e più forza, e imparava come le emozioni influenzano i pensieri, i pensieri determinano le parole, le parole generano azioni, le azioni creano abitudini, le abitudini influenzano il carattere e il carattere determina il destino.

Lungo il suo cammino, proprio grazie alle sfide, Israele imparò l’arte di adattarsi, l’accettazione e la gratitudine. Con l’aiuto di Mosè, imparò dal passato a vivere con amore il presente. Il deserto diede al popolo di Israele principi, valori, una nuova identità, una nuova consapevolezza del potere della mente, del pensiero, del fatto che dentro di sé si trova tutto ciò di cui si ha bisogno. Consapevole del fatto che la Terra Promessa viene conquistata un centimetro alla volta, il popolo ebraico imparò ad avere degli obiettivi, un piano d’azione, fiducia nel futuro, entusiasmo. Riuscì a vedere, oltre il visibile e al di là dell’orizzonte della sua spiritualità, la motivazione per evolvere per una vita migliore per sé e per il prossimo.

Ecco, proprio come il popolo di Israele, anch’io ho vissuto i miei 40 anni di deserto, densi di sfide che mi hanno trasformato dalla persona che mi ritrovavo ad essere alla persona che ho scelto di essere e che sono.

MIO PADRE – l’Egitto: Sopravvivere per Vivere

Se è vero che i figli scelgono i loro genitori, allora ho sbagliato famiglia, pensavo un anno fa. Io che mi chiamo Regina, che sognavo abiti regali, un castello, dei cavalli, ricchezza, mi trovo a essere partorita da una mamma zingara orfana, una spazzina delle vie di Bucarest, e un padre trovato alle porte di una chiesa urlando a più non posso per sopravvivere a una notevole gelata di dicembre, cresciuto in un orfanotrofio degli anni 30-40 e che da grande non ha altre risorse che fare il fuorilegge. Ho scelto di vivere in condizioni rigide e difficili. Ero l’unica femmina di 5 figli, in una famiglia in cui, con Napoleone Bonaparte come maestro, mio padre instaura una dittatura: l’uomo comanda, le donne -mamma e io- non contano. Da adolescente, i miei fratelli diventano la mia guardia del corpo… proprio da regina! Ho conosciuto le botte, il divieto di studiare, la privazione della libertà di sognare, di esprimere la mia volontà, le umiliazioni. Finché in questo Egitto, proprio come Israele, arrivata alla soglia della sofferenza della oppressione della schiavitù, la voce della mia coscienza gridò. E iniziai a ribellarmi.

IO – Il Deserto: Resistere per Vivere

Mi sono sposata quando ero ancora molto giovane, per liberarmi dalla mia famiglia d’origine: al faraone non piace mio marito, zingaro anche lui. Ho avuto due figli e per dedicarmi alla famiglia ho sacrificato il lavoro e me stessa: dopo 10 anni di matrimonio ho divorziato, quando i bimbi erano ancora piccoli, e ho dovuto lasciarli al padre e reinventare completamente la mia vita. Ho sviluppato un’attività che nel giro di poco si è trasformata in cenere. I miei figli mi hanno rinnegata come mamma, nonostante i miei sforzi per recuperare un rapporto con loro. Tutti mi giudicavano in modo molto severo per averli abbandonati, senza conoscere la situazione reale. Così, sola e senza prospettive, a 7 anni dal divorzio lascio tutto e vengo in Italia, ritrovandomi nuovamente a vagare nel deserto, facendo la badante e conducendo una vita piatta, apparentemente senza speranza. Qui conosco la depressione e la stanchezza di vivere, che mi portano a gesti estremi. Nel frattempo i miei figli crescono, le loro esigenze aumentano, la situazione economica è molto precaria. Mi tengo aggiornata sulla loro vita tramite i loro zii, che avevano capito la mia scelta. E sono loro che una Vigilia di Natale mettono sotto l’albero la verità nascosta su di me e mia suocera deve ammettere la verità. Da quel momento i miei figli si ricordano che hanno una madre e, anche se a distanza, il rapporto finalmente diventa stretto.

I MIEI FIGLI – Canaan: Vivere per Essere Felici

Nel momento cruciale della loro vita io gli sono accanto per sostenerli e incoraggiarli nelle loro scelte. Insieme abbiamo scelto nuove regole e siamo diventati amici: il padre o la nonna non possono più ostacolarci. Quando Dio lo porta via in Germania restiamo noi 3, costruendo un bel rapporto: io li aiuto da qui e loro là, lavorando con sacrificio per trasformare il loro destino poveri zingari. Moriamo e rinasciamo insieme, ogni giorno, attraverso un duro lavoro fisico e mentale. Loro studiano e si auto-educano, sicuri di essere sostenuti e guidati. Così ottengono ciò che vogliono: l’università e un Master. Mio figlio in Svezia, mia figlia a Bucarest. Oggi sono persone responsabili, consapevoli di ciò che vogliono, e consapevoli che lavorando possono ottenerlo. Oggi so che i miei genitori sono stati la scelta più giusta per me: mi hanno educata e fortificata a resistere ai colpi della vita, per alzarmi con coraggio, vivere con amore il presente e seminare con entusiasmo il futuro! Ai miei figli insegno a essere intelligenti, imparando dalla mia esperienza di vita, senza sopravvivere o resistere per vivere, ma vivendo per essere felici! E glielo insegno a partire dal mio esempio.

Il mio sogno

Il mio sogno di fare la psicologa è stato distrutto quando avevo 10 anni e per i successivi 40 anni ho vissuto il mio personalissimo Egitto e il mio deserto, in cui ho conosciuto ogni tipo di sofferenza. Ma proprio come Dio è intervenuto per salvare il popolo di Israele, allo stesso modo il desiderio di conoscenza ha salvato me quando, dopo 10 anni in Italia, ho incontrato Ekis.

Il mio desiderio di conoscenza ha salvato me

Le persone che ho incontrato sono state per me fonte di ispirazione e hanno risvegliato la fiducia in me stessa e la gratitudine verso la vita, tanto che ho deciso di “attraversare l’ultimo tratto di deserto” iscrivendomi a un percorso di formazione ricco di sfide per diventare a mia volta Mental Coach. La mia Canaan, la mia Terra Promessa, è una vita in linea con la mia mission, lo scopo per cui sento di essere al mondo. Ed è una visione così luminosa da darmi la forza di affrontare e superare le sfide di ogni giorno, dallo studio in una lingua che non è la mia, al fatto di studiare e lavorare insieme, dal trovare il tempo per frequentare i corsi al trovare il modo di pagarli.

È per questo che mi sento anch’io un’Araba Fenice che è rinata dalle proprie ceneri. E proprio grazie al fatto che sono caduta e mi sono rialzata, sento oggi così forte l’attaccamento alla vita.

Reghina Fistic

 

Una storia del Progetto fotografico Metis, leggi tutte le storie.