Chi di noi è convinto che per fare cose straordinarie bisogna essere persone straordinarie?
Chi di noi è convinto che il talento sia un dono che si riceve alla nascita?
Tanti vero?

Quello che invece pochi riconoscono è che dietro alle persone straordinarie, dietro alle persone di talento, c’è sempre la dedizione al lavoro, una passione infinita, tanto coraggio, un grande cuore e tanta determinazione.

A questa categoria di persone fa parte anche Neil Armstrong.

“Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità”.

Era il 20 luglio 1969 quando pronunciò queste poche parole mentre compiva il primo passo dell’uomo sulla Luna. E tutti quanti ce le ricordiamo perfettamente quelle poche parole, quello che i più ignorano è l’importanza di alcune donne che con grande impegno e determinazione hanno contribuito alla vittoria americana nella corsa allo spazio contro il “nemico” sovietico. Una storia autentica, quella che ci permette ora di affermare che, anche all’ombra di John Glenn, primo statunitense a entrare in orbita attorno alla Terra nel febbraio del 1962, c’erano anche il lavoro e la determinazione di tre donne eccezionali.

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson contribuirono, in qualità di calcolatrici, alle traiettorie e alle orbite spaziali del programma Mercury. Ma la loro vittoria riguarda anche molto altro, come il superamento della segregazione legalizzata e della discriminazione razziale degli anni ’60 negli Stati Uniti. Oltre al riconoscimento dei diritti per il genere femminile. Oggi è semplice con i calcolatori, ma allora, in un America razzista e maschilista, furono queste tre donne le calcolatrici della NASA.

 Il genio non ha razza

Parte di questa storia ha inizio a Hampton, in Virginia, negli Anni Venti, dove una piccola bimba afro-americana di nome Katherine Johnson si distingue a scuola per il suo talento per la matematica. Nella sua contea non sono assicurati gli studi dopo la scuola dell’obbligo agli studenti di colore ed è la sua mamma, insegnante, che s’adopera con determinazione a sviluppare le capacità della figlia iscrivendola al liceo di un’altra contea. Katherine si laurea a soli 18 anni in matematica, e un anno dopo diventa la prima donna afroamericana ad aver superato le barriere segregazioniste dell’Università della Virginia.

La forza non ha sesso

Pochi anni più tardi entra nella NASA, lavorando in un team formato da donne afro-americane identificate come “calcolatrici di colore”, costrette a lavorare, pranzare ed utilizzare i servizi igienici separati dai bianchi. Qui conosce Dorothy Vaughan e Mary Jackson, anche loro future artefici nascoste del successo dei programmi spaziali americani. Una visione straordinaria, la certezza che l’uomo stia già camminando sul suolo lunare, la capacità di guardare oltre, la determinazione nel rivendicare i propri diritti porteranno queste tre incredibili donne a far abbattere quel cartello “colored ladies room” che le costringeva ad un km a piedi solo per fare la pipì.

Si, perché da quel giorno “qui alla NASA la pipì ha lo stesso colore” (cit. dal film IL DIRITTO DI CONTARE, USA 2016).

Pochi anni più tardi Mary Jackson divenne la prima donna ingegnere della NASA.

Il coraggio non ha limiti

Anche le missioni Apollo 11 e Apollo 13 sulla Luna furono il frutto del lavoro di alcune fantastiche donne. Oltre a Katherine, Dorothy e Mary fu un’altra donna, Poppy Northcutt, ad aiutare l’equipaggio di Apollo 11, a ritornare senza alcun problema dall’impresa lunare. Sempre una donna il soggetto che mise a punto il software di bordo di Apollo 11. Lavorava al MIT di Boston e si chiamava Margaret Hamilton. E sempre un’altra donna, Susan Finley, mise a punto il sistema di comunicazione usato da Armstrong per trasmettere le informazioni sulla Terra.

Il contributo fornito da tutte queste donne fu determinante per l’impresa sulla Luna. Furono le prime a vedere oltre i limiti imposti dall’America degli anni ’60, a credere che ogni limite resta tale solo finché qualcuno non decide di abbatterlo.

Sono tutte nate col talento per i numeri è vero, ma si sono contraddistinte per la loro determinazione, per loro tenacia, per il loro coraggio e per il loro grande cuore.

Sono state visionarie, hanno creduto di poter rendere possibile l’impossibile. La loro mente l’ha immaginato, il loro cuore l’ha desiderato ed il loro sogno s’è realizzato.

Hanno creduto di poter essere le PRIME…e lo sono state!

E TU, IN COSA SARAI IL PRIMO?

Dimitri Giudici
Ekis Cantera

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