Duckhee Lee è un tennista coreano, una promessa del tennis professionistico, attualmente intorno al numero 200 della classifica mondiale. E fin qui nulla di strano, sembrerebbe uno dei tanti ragazzi che sognano un futuro da atleta, facendo sacrifici in giro per il mondo.
Nulla di strano se non per il fatto che questo ragazzo poco più che ventenne è sordo dall’età di due anni.

LA STORIA DI DUCKHEE LEE

Nato nella Corea del Sud, a Lee venne diagnosticata la sordità totale all’età di due anni. Superato lo shock iniziale, al compimento del suo quarto anno di età, i genitori decidono di iscriverlo a una scuola per bambini disabili a circa un’ora di distanza da casa; normalmente questi ragazzi restano in collegio o in strutture di accoglienza ma, fortunatamente, i genitori di Lee la pensano in modo diverso e vogliono un futuro diverso per il loro figlio. Ogni singolo giorno infatti lo vanno a prendere e lo portano in una scuola per normodotati. “Volevamo renderlo indipendente senza farlo sentire separato dal mondo”.
All’età di sette anni, grazie alla passione del cugino Chung-hyo Woo, ora suo allenatore, inizia a giocare a tennis: “All’inizio non volevo giocare, non riuscivo, tutti mi prendevano in giro, non è stato affatto facile ma i miei amici e la mia famiglia mi hanno aiutato ad andare avanti, volevo mostrare a tutti che potevo farlo”.

LA STRADA VERSO IL SUCCESSO

Grazie al suo talento e alla sua determinazione, Lee inizia a scalare le classifiche prima delle categorie junior, e sempre più in alto prima nelle categorie ITF, per poi accedere alle classifiche ATP la massima classifica mondiale, fino a vincere questa estate la sua prima partita in un tabellone ufficiale di un torneo ATP a Winston-Salem in USA.

“Il mio messaggio per chi è sordo come me è di non scoraggiarsi.
Volevo mostrare al mondo che niente è impossibile

Già, nulla è impossibile. Eppure, se chiediamo a qualsiasi giocatore di tennis di mettersi delle cuffie e di giocare senza sentire ciò che accade intorno, ti dirà che è impossibile; anche i top player hanno dichiarato quanto per loro risulterebbe invalidante non sentire il rumore della pallina.
L’aspetto che più mi ha colpito di questa storia è la determinazione e di come questo ragazzo abbia ristrutturato il suo “handicap” sviluppando gli altri sensi e di trasformare la sordità in un vantaggio.

Non voglio compassione, né essere trattato come un giocatore diverso:
sono un giocatore di tennis! Punto!!

Potrebbe sembrare una frase retorica ed invece è il suo reale status: in una intervista televisiva le sue prime parole da ragazzo normale e da tennista sono state:

 “viaggiare può essere duro, mi manca mia madre…”

COSA CI INSEGNA DUCKHEE

Lee avrebbe potuto viaggiare di meno, gareggiare in competizioni per disabili e con il suo straordinario talento vincere subito tante competizioni.
Ha fatto invece una scelta guidata, dalla sua identità: lui non è un sordo, è un tennista, ha scelto quindi di gareggiare nel circuito professionistico con o migliori, forte della sua determinazione e dei suoi sogni.
I sogni, già. Devono restare tali? Pensiamo a tutte le volte che troviamo scuse, che ci fermiamo perché quello che sogniamo ci sembra troppo lontano e troppo difficile.

Si ma rispetto a cosa?

Questo ragazzo non si è fermato davanti a nulla, ai pregiudizi della gente, alle oggettive difficoltà, alle crudeli prese in giro che su un ragazzino possono avere effetti devastanti.

Lui ha reso “normale” quello che agli occhi di tutti sembra un “handicap”, semplicemente guardando il problema da un’altra prospettiva: non sentire, ha spiegato, gli permette di concentrarsi sul suo gioco, lo isola dai fattori esterni. Gli avversari di Lee, non a caso, ne hanno spesso esaltato il senso dell’anticipo. È come se un Mental Coach ti aiutasse ad escludere le interferenze esterne.

Non so sinceramente quanto in alto in classifica arriverai, ma questo non è il punto; la tua sfida l’hai già vinta: hai reso l’impossibile possibile, dando un esempio a tutti. Di solito non si scrive di storie “normali”, quindi mi sento un po’ in colpa Lee a scrivere di te; perdonami, ma è troppo importante che questa tua storia possa essere di esempio a tanti.
Ora tocca a noi: quale è la nostra impresa possibile?

Marco Zanichelli
Ekis Cantera

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